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Violenza contro i camici bianchi: Caterina Rotunno

Sono Guardia Medica, Pronto Soccorso e reparti di degenza, i luoghi in cui si verificano più spesso casi di violenza. La dottoressa Caterina Rotunno, vittima di aggressione alla Guardia Medica di Bari, ha creato una task-force per far emergere gli abusi non denunciati ed aprire un confronto tra medici.

‘Denunciare le violenze e non avere timore di alzare la voce per paura di perdere il posto di lavoro’. È l’appello lanciato ai professionisti della salute dalla dottoressa Caterina Rotunno, specialista di Chirurgia pediatrica che lavora alla Guardia Medica di Bari. Il medico ha creato una vera e propria task-force contro la violenza sulle donne che lavorano in sanità. Obiettivo fare rete contro gli abusi e sensibilizzare i medici su un fenomeno più diffuso di quanto si possa pensare, aprendo un confronto tra professionisti della salute che “ci sono già passati”. E la dottoressa Rotunno lo sa bene, dal momento che è stata lei stessa vittima di aggressioni da parte di un molestatore seriale attivo nel barese e fortunatamente assicurato alla giustizia. Il medico denuncia da anni la situazione in cui sono costretti ad operare i professionisti della salute, specie quelli che lavorano nella continuità assistenziale e negli ambulatori della guardia medica. Medici che si ritrovano a lavorare in orari notturni, in ambulatori dove sono completamente soli e quindi più esposti alle aggressioni di persone violente, alcolizzate, con problemi psichiatrici, se non addirittura tossicodipendenti. E le violenze sono tante, vanno dalle aggressioni verbali, fisiche e stupri, fino ad arrivare addirittura agli omicidi. Episodi che coinvolgono inaspettatamente anche gli uomini, nonostante le donne-medico restino sicuramente tra i soggetti più colpiti e più esposti in questo senso.

I NUMERI DELLA VIOLENZA
Una situazione ormai divenuta allarmante in Italia, dove si registrano circa 1200 casi all’anno, una media di quasi 3 al giorno. La Regione più colpita è la Puglia con il 24% dei casi, seguita dalla Sicilia al 15%, dalla Lombardia e dalla Sardegna con il 12%. Uniche regioni dove non sono ancora stati segnala ti casi di aggressione il Trentino Alto Adige e la Valle D’Aosta. La fascia oraria più a rischio è la notturna, soprattutto quella che va dalla mezzanotte alle 6 di mattina. È proprio in queste ore, infatti, che si verifica il 65% dei casi, seguita da quella che va dalle 20 alla mezzanotte con il 20% delle aggressioni. Come dicevamo, le donne sono le più esposte e il 68% delle violenze si verifica proprio contro gli operatori sanitari di sesso femminile, mentre il 32% degli abusi si verificano contro gli uomini. Nel 60% dei casi si è trattato di aggressioni verbali, nel 20% di percosse e nel 10% degli episodi l’aggressione è avvenuta addirittura a mano armata. Il restante 10% di casi ha riguardato atti di vandalismo.

IL GRUPPO MEDICI NELLA NOTTE
Ma come reagire? A questo interrogativo la dottoressa Rotunno ha trovato una risposta ferma che ha messo in campo la “potenza” e la capillarità dei social network: ha creato dapprima un gruppo WhattsApp e, successivamente, sull’onda del successo di questo, ha aperto il gruppo Facebook “Medici nella Notte”. Un modo per aprire un confronto su un tema dove vige ancora un forte tabù, con altri camici bianchi che come lei hanno subito violenze e aggressioni. Medici nella Notte ha fatto subito presa, raccogliendo così tanti consensi da raggiungere in un solo anno oltre 900 iscritti sparsi su tutto il territorio nazionale. Professionisti della salute che hanno potuto in questo modo condividere le loro esperienze e sentirsi un po’ meno soli. Per questo motivo la dottoressa Rotunno ha messo in piedi una vera e propria rete per far emergere gli abusi. Violenze e aggressioni, infatti, restano spesso un fenomeno nascosto, dal momento che sono pochi gli operatori che denunciano questi episodi e quando lo fanno si limitano a segnalare solo i casi più gravi.

L’INTERVISTA A CATERINA ROTUNNO
Cerchiamo di capire meglio cosa sta succedendo in Italia. Qual è la situazione e cosa potrebbero e dovrebbero fare le istituzioni? Un fenomeno dai mille volti, quello della violenza, che lei conosce bene. Come mai ha deciso di rendere pubblica la sua storia?

‘Tristemente la cronaca di tutti i giorni registra episodi di violenza rivolti soprattutto contro gli operatori sanitari. Il fenomeno è addirittura sottostimato perché molti non denunciano o ancor peggio le nostre denunce restano inascoltate, come per anni è accaduto anche a me. Vi riporto la mia esperienza, che rappresenta solo la punta dell’iceberg. Circa 7 anni fa ricevetti in guardia medica la visita di un soggetto che, con il pretesto di un dolore in sede inguinale, pretendeva di condurre la visita a modo suo. Più volte si è presentato con le stesse modalità assicurandosi previa telefonata che fosse in servizio un medico donna. In più occasioni, verbalmente e appuntandolo sui registri, avevamo segnalato questi episodi ai nostri responsabili. L’ultima volta circa un anno fa dopo aver ricevuto la solita risposta evasiva ho deciso che era giunto il momento di dire “basta”, ho messo tutto per iscritto e ho contattato altre colleghe reperibili apprendendo che lo avevano incontrato anche in altre sedi. Di qui l’intuizione di creare una chat WhatsApp di donne della continuità assistenziale. Venne alla luce che molte di noi erano venute a contatto con tale soggetto in tutta la provincia ed una sera, proprio tramite la chat, abbiamo seguito il suo agire in diretta e grazie all’intervento dei carabinieri e alle nostre testimonianze è stato assicurato alla giustizia. Ho deciso di rendere pubblica la mia storia per accendere i riflettori sulle condizioni in cui siamo costretti a prestare la nostra opera ed emergere dallo stato di” inerte” accettazione di tale condizione. Grazie alla presenza sui social più testate giornalistiche e trasmissioni televisive si sono interessate ai medici della notte’.

Medici nella Notte si è ormai diffuso sul territorio nazionale, qual è il quadro che emerge?

‘Pur essendo organizzato in maniera differente il servizio di continuità assistenziale sul territorio nazionale, emerge da nord a sud il nostro sentirci soli, non tutelati nello svolgere la nostra professione, costretti a lavorare in sedi, nella maggior parte dei casi non a norma, ai limiti del decoro, e perlopiù del tutto sprovviste dei minimi sistemi di sicurezza. Siamo costretti ad autotutelarci, basti pensare che la maggior parte di noi si fa accompagnare durante il turno di lavoro da un parente o addirittura paga di tasca propria un vigilante’.

Le vittime delle violenze sono spesso lasciate sole, è per questo che molti non denunciano?

‘Sì purtroppo spesso non si denuncia perché la nostra voce rimane inascoltata, inoltre molti colleghi temono ripercussioni, sotto la scure della minaccia di una chiusura del servizio. È giustissimo sensibilizzare la popolazione alla non violenza soprattutto verso coloro che sono lì per tutelare la loro salute e prevedere pene severe per chi aggredisce un sanitario, ma è necessario porre in essere anche misure che mettano in sicurezza gli operatori della salute, in quanto malintenzionati e gente divenuta aggressiva per esasperazione saranno sempre all’ordine del giorno’.

Un’esperienza in prima linea quella dei medici che lavorano in Guardia Medica, i più esposti agli abusi. Cosa dovrebbero fare le istituzioni per tutelare i professionisti della sanità? Quali sono le priorità a suo parere?

‘Sicuramente è necessaria una ristrutturazione organizzativa e strutturale del sistema di continuità assistenziale, nessun operatore deve più lavorare da solo, le sedi devono essere a norma, decorose e dotate di sistemi di sicurezza. Non è più tempo di autodifesa, tuteliamo ogni giorno la salute dei cittadini ed è giusto che venga tutelata anche la nostra incolumità’