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Tanta gavetta e occhi aperti: come si raggiunge la convenzione

Per arrivare all'agognato traguardo servono anni di attesa e la capacità di superare molti 'imbuti'. A partire da quello legato alla formazione.

Quando i medici di base ‘finiranno’ chi si occuperà dei loro pazienti? Il dottor Marco Fanesi ha un solo timore: non di ritrovarsi troppi pazienti in carico, ma di non riuscire più a fare il medico. “Il nostro è un mestiere bellissimo – dice – nel corso degli anni però la parte burocratica è prevalsa rispetto alla parte clinica del lavoro sul paziente. Riducendo il numero dei medici di base, si alzerà certamente il massimale per ciascuno di noi, ma se la parte burocratica non viene limitata il rischio è che aumentando i pazienti non avrò più tempo per fare il medico”. Fanesi in realtà la convenzione non ce l’ha ancora: specializzatosi a fine 2013, attualmente è titolare di Guardia Medica ad Agugliano e Polverigi. Per lui che viene da Falconara non male. Compiuti da poco i 40 anni, conta di ottenere la sua convenzione tra circa un anno, dunque in linea con il tempo medio a cui si arriva in genere a questo traguardo. A dire il vero la sua è una storia particolare, perché prima di approdare alla Borsa in Medicina Generale si era già specializzato in Igiene. Poi ha maturato una scelta diversa, intraprendendo l’iter per diventare medico di base, non senza scontrarsi, anche lui, con i tanti ‘imbuti’ che costellano il percorso verso l’agognata convenzione. E che hanno reso i medici di famiglia sempre meno numerosi. Primo tra tutti, un percorso formativo complicato e non sempre accessibile. “C’è una selezione già all’inizio della carriera universitaria con il test di ingresso – spiega – poi c’è chi non termina gli studi, quindi dopo la laurea si arriva al problema delle borse di studio in numero limitato. Inoltre, dal 2008, il corso da biennale è diventato triennale, un allungamento di un terzo che ha di fatto ‘parcheggiato’ tanti ragazzi per ulteriore anno”. C’è poi tutta una serie di paradossi vari che scoraggerebbero chiunque, come quello delle graduatorie regionali, in cui gli specializzandi in Medicina Generale sono particolarmente penalizzati: pur con una borsa collocata in fascia bassa (circa 800 euro mensili contro i 1800/1900 delle altre specializzazioni) quando sono in formazione seguono in graduatoria i colleghi che hanno già terminato la specializzazione. “Quando si tratta di dare incarichi temporali di 6 mesi – continua Fanesi – è più facile li ottenga un dermatologo già specializzato piuttosto che un medico di medicina generale in formazione. La questione non è il titolo, perché entrambi hanno i requisiti richiesti per quella mansione, ma di come è strutturata la graduatoria. In realtà sarebbe più idoneo che accedessero a questi incarichi i medici che stanno facendo il corso perché sono fisiologicamente più vicini a ciò che faranno poi, mentre per il dermatologo si sa già che farà altro”. Cosa che certo non fa bene a quella ‘continuità’ nel rapporto medico-paziente così fondamentale nell’assistenza territoriale e di cui i medici di base sono i primi garanti. Il sistema del turn over è invece condizionato dai tempi di ricognizione delle singole Asl, che soltanto due volte l’anno (il 30 marzo e il 30 settembre) rilevano le carenze di MMG in seguito a pensionamenti. Tempo un mese e tali carenze vengono pubblicate sul Bur e quindi i posti vacanti vengono riassegnati ad un altro medico dopo altri sei mesi. In pratica, per un pensionamento che avvenga ad aprile è altamente probabile che il nuovo convenzionato arrivi solo un anno dopo. E nel frattempo? “Nel frattempo c’è una redistribuzione dei pazienti agli altri medici – spiega Fanesi – Oppure possono esserci incarichi temporali”. Quel che è certo, è che due volte l’anno gli aspiranti medici di famiglia consultano il Bur sperando che si sia liberata una convenzione e che non si trovi a centinaia di chilometri da casa. “Se siamo interessati ad una convenzione facciamo domanda e vediamo cosa dice la graduatoria – conclude Fanesi – Conosco colleghi che pur di ottenere la convenzione si sono spostati molto lontano. Sono scelte di vita. In genere lavorando sul territorio abbiamo il polso della situazione e riusciamo a sapere più o meno dove si verificheranno situazioni di carenza, monitorando quelle più vicine a noi. Quindi aspettiamo la volta buona”. Come spesso capita, dove la normativa è fallace, il buon senso e la pazienza ci salveranno.