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Campioni in Ortopedia

Intervista a Raffaele Pascarella, direttore dell’Unità Operativa di Ortopedia e Traumatologia degli Ospedali Riuniti di Ancona, altro fiore all’occhiello dell’Ospedale regionale marchigiano, dove lo scorso agosto ha scelto di operarsi nientemeno che Valentino Rossi.

‘Valentino è sveglio e sta bene. È tutto a posto’. Ce lo ricordiamo tutti il Dottor Raffaele Pascarella, in tv, mentre tranquillizza i giornalisti (e con loro anche tutta Italia) sulle condizioni di salute del paziente che aveva appena terminato di operare per una frattura scomposta di tibia e perone. Era lo scorso 1 settembre e Valentino sta per Valentino Rossi: il campione mondiale, dopo il tremendo infortunio di cui era stato vittima, aveva chiesto espressamente che fossero proprio le mani del Direttore dell’Unità Operativa di Ortopedia e Traumatologia, insieme all’équipe dell’Ospedale di Torrette di Ancona, ad eseguire il delicato intervento grazie al quale, appena 25 giorni dopo, è potuto risalire in sella alla sua moto per correre il mondiale. Un record assoluto. Anche se non c’è bisogno di pazienti illustri e riflettori puntati per riconoscere i meriti della chirurgia ortopedica dell’ospedale regionale, che ormai da anni, in collaborazione con le altre Unità Operative del Trauma Center, assicura il trattamento di una vastissima gamma di patologie traumatiche, oltre agli interventi su patologie ortopediche quali l’artrosi dell’anca, del ginocchio, le revisioni protesiche. Non per altro il Dottor Pascarella, che dal 2012 dirige la Divisione, è tra i quattro chirurghi italiani che hanno all’attivo più interventi di traumatologia del bacino e dell’acetabolo. Prima specializzando in ortopedia al Rizzoli di Bologna e poi per 13 anni dirigente all’Ospedale Maggiore di Bologna, che per questa branca rappresenta il centro di maggior prestigio in Italia, vanta un’esperienza notevole.
Non stupisce insomma che Rossi abbia voluto affidarsi alle sue mani, Dottor Pascarella, mentre non così scontato era un recupero tanto veloce: merito del campione di moto o dei ‘campioni’ che hanno lavorato in sala operatoria?
‘Direi che c’è stato un abbinamento di fattori: l’ottima riuscita dell’intervento chirurgico è stata naturalmente fondamentale, tuttavia Valentino Rossi si è anche sottoposto a 6 ore quotidiane di riabilitazione nel post operatorio. È stato davvero molto bravo perché è un percorso molto doloroso. Qui la stoffa e la determinazione del campione hanno fatto la loro parte’.

Il caso Valentino Rossi non ha fatto altro che evidenziare mediaticamente che l’UO che lei dirige, a Torrette, è considerata un’eccellenza. Perché a suo avviso? Quali sono i suoi punti di forza?
‘Copriamo una vasta gamma di interventi tra fratture articolari complesse, fratture dell’acetabolo e dell’anello pelvico, fratture periprotesiche, fratture complesse del gomito e dell’arto superiore. Abbiamo una solida specializzazione nell’ortopedia dell’anca. Ogni anno vengono eseguiti circa 1.300 interventi su pazienti provenienti da tutta la regione Marche e anche da molte altre regioni del centro sud. Questi ultimi arrivano da noi magari in un secondo momento, per intervenire su situazioni complicate o non adeguatamente trattate in precedenza’.

Pazienti illustri a parte, qual è il lavoro quotidiano dell’ortopedico?
‘Una parte si svolge nel Pronto Soccorso, che tratta la traumatologia. Il nostro team accoglie i traumatizzati da tutta la regione e in seconda battuta anche da fuori regione. Poi c’è tutta la attività di reparto e ambulatoriale. Complessivamente, il nostro lavoro si suddivide in un 60 per cento di interventi di traumatologia e un 40 per cento di interventi ortopedici’

Ci sono nel vostro lavoro anche aspetti legati ad altro, ad esempio, la prevenzione nel caso dell’osteoporosi?
‘In realtà noi interveniamo su quelli che sono gli effetti dell’osteoporosi o di altre patologie. Per la prevenzione è principalmente la figura dell’endocrinologo quella che entra in gioco’.

Quali sono le caratteristiche umane e professionali che occorrono per diventare un chirurgo ortopedico?
‘Sicuramente serve avere manualità chirurgica. Riguardo ad altri aspetti, è certamente importante la comunicazione: anche l’intervento meglio riuscito ha necessità di un rapporto umano con il paziente, di una parola detta in più. Non va dimenticato che il paziente ortopedico è psicologicamente predisposto in maniera diversa rispetto a chi soffre di una malattia cronica: quest’ultimo sa che dall’intervento passerà da una situazione di malessere ad una di benessere. Per il paziente traumatizzato è il contrario: passa improvvisamente da una situazione in cui stava bene ad una situazione di disagio e di cura e non sempre gli esiti del trauma vengono bene accettati. Il paziente traumatizzato è complesso perché già mentre è ancora in trazione chiede quando potrà tornare a giocare a tennis e a noi spetta ‘l’ingrato compito’ di dirgli che dovrà pazientare a lungo’.

A meno che, ovviamente, il paziente non sia Valentino Rossi.