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Fare il medico o andare in trincea?

La violenza ai danni dei medici è divenuta un’emergenza ormai quotidiana e non più sostenibile. Più colpite in assoluto le donne, anche se la richiesta di un habitat lavorativo idoneo riguarda l’intera classe medica.

Se si fa del problema una questione prettamente di genere si comincia già con il piede sbagliato. Quello della violenza rivolta verso gli operatori sanitari è, purtroppo, un fenomeno largamente diffuso, che riguarda sia uomini che donne. Certo le proporzioni inclinano il piatto della bilancia enormemente di più verso la sfera femminile, visto che – secondo il rapporto Violenza 2017 della FIMMG – il 68% dei reati contro le guardie mediche, dal 1984 ad oggi, ha avuto vittime appartenenti al gentil sesso, toccando per contro ‘solo’ il 32 per cento degli uomini. Ma il fatto che ben due reati su tre siano perpetrati ai danni delle donne medico non deve far passare in secondo piano il vero nocciolo dell’argomento: il diritto dei medici ad avere un habitat lavorativo sicuro, che permetta loro di svolgere il proprio lavoro in serenità. Anche, e soprattutto, per garantire la salute pubblica. È stato dimostrato ormai da diversi anni che se la violenza sul posto di lavoro è un fenomeno che investe i paesi di tutto il mondo, e quasi tutti i settori, il rischio di subire aggressioni per i medici e gli operatori sanitari è più elevato rispetto ad altre tipologie di lavoratori che operano in contatto diretto con l’utenza. Il tipo di violenza è quella proveniente dai pazienti e dai loro caregiver, attraverso aggressioni fisiche, verbali o anche semplicemente di atteggiamento: non esiste insomma solo il caso eclatante delle percosse o dello stupro, la violenza si muove su un’ampia varietà di esternazioni che vanno dagli insulti alle minacce, dalla rapina al sequestro, al danneggiamento di vario tipo i cui effetti sul medico si possono verificare sia personalmente che professionalmente, oltre alle ricadute negative in termini economici, sociali e di qualità delle cure prestate. Sempre dal rapporto Fimmg si evince che la maggior parte dei reati perpetrati ai danni dei medici negli ultimi 33 anni si è concretizzato in aggressioni e percosse (39 episodi di questo tipo). Di minore entità i reati con esiti più gravi come la violenza sessuale (7 casi), il sequestro (8), il tentato omicidio (2) e addirittura l’omicidio (3 casi, tra cui anche quello della dottoressa Roberta Zedda, uccisa nel 2003 in un ambulatorio di Oristano). Spalmando i dati sul piano geografico, sono le regioni meridionali a registrare i casi più numerosi: in testa la Puglia (16 casi), seguita dalla Calabria (14 casi), quindi la Sardegna e la Lombardia, rispettivamente con 8 e 7 casi. Campania e Piemonte contano 4 casi ciascuna e poi c’è una spicciolata di regioni che riportano 1 o 2 casi, come nelle Marche. Questo naturalmente prendendo in considerazione gli episodi denunciati e sperando che non sia più attuale il dato diramato nel 2012 dalla Fnomceo, secondo il quale 9 medici su 10 che subiscono aggressioni non sporgerebbero denuncia. Cinque anni dopo la Federazione è tornata a richiamare con forza l’attenzione pubblica sul problema. È del settembre scorso la richiesta, provocatoria ma neanche più di tanto, della Presidente Roberta Chersevani di spostare le Guardie mediche all’interno delle Stazioni dei Carabinieri o delle postazioni di Polizia diffuse capillarmente sul territorio: «È finito il tempo delle parole, delle dichiarazioni d’intenti e di vicinanza, è finita anche quell’inclinazione, naturale per un medico, di comprendere le ragioni, le paure, gli istinti del paziente, persino quando, spaventato da una diagnosi o dalla malattia, diventa aggressivo: qui non si tratta di aggressività, ma di violenza gratuita; qui non si tratta di pazienti, ma di delinquenti; qui non si tratta di prendere provvedimenti sul caso specifico, ma di ridisegnare, con interventi strutturali e di sistema, l’intero servizio di Guardia Medica e di mettere finalmente in sicurezza i nostri professionisti». L’antefatto, in questo caso, era la violenza subita da Serafina Strano, dottoressa della guardia medica, stuprata in un ambulatorio della provincia di Catania. Un atto gravissimo che si somma agli innumerevoli episodi che hanno avuto per protagoniste tante, troppe donne medico. Perché poi alla fine, stabilito che la sicurezza sul lavoro deve essere garantita a prescindere dal sesso, è la questione della violenza di genere a riemergere in tutta la sua gravità: donne medico molestate, stalkerate, violentate, speronate con l’auto o minacciate a parole o persino con le armi. Costrette a farsi accompagnare al turno dal padre o dal marito. In pratica, un’emergenza. Medici come soldati in trincea: «Dobbiamo renderci conto che l’assistenza sanitaria è sempre più nelle mani delle donne – dice sempre Chersevani – non possiamo lasciarle sole, non possiamo permettere che vadano al lavoro con la paura di essere picchiate, violentate, massacrate. Le farmacie notturne possono prestare il loro servizio a porte chiuse. Un medico no, ha bisogno di contiguità con il paziente’. E se i medici lavorano con la paura, le conseguenze possono essere pesanti per tutto il tessuto sociale: «Lo stress di un’aggressione ti resta addosso per sempre – conclude Chersevani – Il collega aggredito, quando si troverà di fronte un paziente, lo vedrà sempre come un potenziale aggressore e questo toglierà serenità, aumenterà la fretta e il rischio di sbagliare. Dobbiamo agire subito: se salta la fiducia, la relazione di cura, salta non solo il servizio di guardia medica, che sarà sempre più disertato, ma tutto il Sistema sanitario».